Gli orologi di Anquetil

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«Un reattore, un computer IBM e un alambicco» così Raphaël Geminiani diceva di Jacques Anquetil, il più forte specialista del cronometro di tutti i tempi. Benché i grandi giri siano infarciti di salite e discese, accade talvolta che siano i cronoman a trionfare. Jacques Anquetil fu uno di questi. Vinse due volte il Giro, nel 1960 e nel 1964 (e cinque volte il Tour), grazie alla sua schiacciante superiorità in questo particolare genere di prove.

Il nostro racconto inizia il 2 giugno 1960, sedicesima tappa del Giro d’Italia. Cronometro della Brianza, 68 km, da Seregno a Lecco. È il Giro delle Olimpiadi di Roma, è il primo Giro dopo la dolorosa fine di Fausto Coppi. Ci sono montagne da scalare, fra cui lo spaventoso Gavia, ma prima ci sono tre tappe contro il tempo, un sufficente bottino per chi vuole gestire con intelligenza le salite che verranno. Nella prima, a Sorrento, la promessa Romeo Venturelli ha l’ardire di precedere di 6 secondi un meravigliato Anquetil. Il giovane italiano sparirà presto dalla classifica. Sulle rampe delle cave di marmo di Carrara si corre invece una ‘microsalita’ a cronometro di 2200 metri con vittoria ex-aequo di Poblet e Anquetil. Il Giro si trascina su per la penisola nell’attesa che il francese dichiari la sua supremazia, con o senza salite. Il momento arriva alla sedicesima tappa, dopo il giorno di riposo a Milano, quando si propone la terza prova contro le lancette, nel cuore dell’industriosa Brianza. Il percorso è fatto apposta per attrarre gli spettatori: un avvio velocissimo lungo la superstrada Valassina da Seregno a Monza, prima su una carreggiata, poi su quella opposta, in senso contrario; quindi, a Carate, la ‘classica’ salita del Monticello a 402 metri d’altezza, circa a metà dei 68 chilometri previsti; infine la lunga discesa verso Lecco dove è fissato il traguardo.

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La pagina de ‘Lo sport illustrato’ del 9 giugno 1960 dedicato alla cronometro Seregno-Lecco.

Sembra la giornata di Ercole Baldini che sogna di rivivere i suoi anni migliori: il 1956, ad esempio, quando strappò proprio ad Anquetil il record dell’ora. In pochi chilometri il romagnolo raggiunge e supera cinque concorrenti che lo avevano preceduto alla partenza. Giunge a Lecco dopo 1 ora e 31 minuti a una media di 44,635! Un ottimo tempo, difficile da battere. Qualche chilometro indietro, però, il giornalista della Gazzetta Bruno Raschi segue il francese e annota sul suo taccuino: «Pare immobile sul manubrio; il vento gli spartisce i capelli sulla fronte, operando una perfetta discriminatura… procede sempre alla stessa maniera, perfetta e spietata, va a motore, sembra fuso in un solo metallo con la sua bicicletta». Anquetil conta le rughe dell’asfalto. Pensieri? A cosa pensa Jacques? Nelle sue interviste ha sempre sostenuto che durante una prova così intensa la mente deve essere sempre concentrata sullo sforzo, nient’altro. Eppure questa volta la sua mente corre a una giornata di giugno di quattro anni prima, quando al Vigorelli gli riuscì di battere il record dell’ora detenuto dal grande Fausto. «Era come – dichiarò poi – se pedalando qui, sulla strada, desiderassi di pedalare anche altrove, su quella magica pista. Giuro che se a Milano ci fosse stato un giorno in più di riposo, sarei tornato al Vigorelli per riprendermi quel primato che Baldini prima e Rivière poi mi hanno tolto». Pedalare sognando di pedalare! Forse il sistema per andare più forte. Strategie? Semplice. Montare il più grande rapporto possibile, il più duro e veloce, e tenerlo!

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Il normanno passa gli avversari a velocità doppia. Acchiappa Gaul, partito sei minuti prima. È la rivincita sul lussemburghese che al Giro dell’anno prima lo aveva umiliato nella tappa di Courmayeur. I due neppure si guardano. «Non ho più sentito i pedali quando ho visto Gaul davanti a me. Volevo la rivincita e l’ho avuta», confiderà nel dopo gara. Il francese irrompe sul traguardo di Lecco con la prepotenza manzoniana di un Don Rodrigo. La sua media è impressionante: 45,356! Imbarazzanti i distacchi: 1’27” all’ex Campione del Mondo Baldini, 3’25” a Ronchini, 4’26” a Nencini, 7’05” a Hovenaerts che perde la maglia rosa fin lì indossata.

Si pensava a una vittoria ma non in questi termini. Va in crisi il regolamento del ‘tempo massimo’, secondo il quale tutti i concorrenti giunti oltre 12 minuti dal vincitore si sarebbero dovuti mettere fuori gara: se ne contano ben 51. Per evitare una falcidia la Giuria si appella «alle mutate condizioni del vento» e suggerisce un’amnistia generale. La medesima cosa era accaduta nella crono del Giro del 1957 vinta da Baldini a una media sbalorditiva che mise fuori gara ben 60 concorrenti, poi riammessi. Anquetil si spoglia della maglia bianco-verde della Fynsec-Helyett e veste la rosa; non la lascerà più, neppure sulle ‘grandi montagne’ dove respinge gli attacchi di Gaul, Massignan, del ‘pazzo’ Nencini in discesa… e dei ‘tifosi’ avvezzi alla maldestra abitudine delle spinte! A Lecco vince, ma non esulta, non è nella sua natura e poi, quel giorno, un doloroso incidente funesta la gara: due ragazzini muoiono investiti accidentalmente dalla vettura del direttore di corsa Torriani.

Il nostro racconto finisce il 20 maggio 1964, quinta tappa del Giro d’Italia. Cronometro Parma-Busseto, 50 km. Tutti contro uno. Tutti sono gli italiani: Adorni, Zilioli, Balmamion, De Rosso, Motta. Uno è Jacques Anquetil. Arriva al Giro per vincerlo una seconda volta, dopo il trionfo del 1960, e dopo aver vinto tre Tour di fila e una Vuelta. La corsa pare già scritta, senza storia, e si corona di minuzie quotidiane: cadute, forature, ritiri, spinte, baruffe, proteste. Ma anche epiche fughe come quella di Franco Bitossi che, a distanza di 16 anni, ripetè nella Cuneo-Pinerolo – ventesima tappa, Anquetil consenziente – l’indimenticata prestazione di Fausto Coppi.

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Jacques Anquetil in azione durante la cronometro Seregno-Lecco

Di 4119 chilometri Maître Jacques ne utilizzò 50 per salire al primo gradino del podio. Dopo cinque tappe, arriva la cronometro ‘verdiana’. Si vuole onorare il grande compositore Giuseppe Verdi, nato a Roncole presso Parma. Ma non solo. Parma è la sede della Salvarani, sponsor della maggior squadra di ciclismo professionistico italiano di quei tempi. La partenza della prova avviene dinanzi ai nuovissimi stabilimenti dell’azienda, produttrice mondiale di cucine componibili, con buona pace di Rigoletto, Aida e di Va pensiero.

Enzo Moser veste la maglia rosa. I ‘grandi’ si nascondo nelle retrovie della classifica: Anquetil è undicesimo a quasi 3 minuti; Adorni ventitreesimo a 4 minuti, Balmamion trentesimo a 4 minuti e 4 secondi. Ancora una volta i tifosi – oltre centomila quelli assiepati lungo il percorso – si affidano a Baldini.

La cronometro è una gara strana, una prova solitaria e, secondo le regole, non sono i migliori a partire per primi, bensì i meno dotati, gli ultimi della classifica, seguendo una start-list rovesciata. Così quel giorno capita che un tale Romano Moretti, muratore di 33 anni, indipendente (cioè senza squadra), faccia da battistrada a tutti.

Il tracciato è pianeggiante, filante, da Parma a Busseto; propizio a Baldini nella prima parte dove ci sono lunghi rettifili e larghe curve; adatto ad Anquetil sul finale dove occorre rilanciare di forza dopo le curve strette. Moretti parte per primo e primo arriva, dopo un’ora e dieci minuti, alla discreta media di 42 km/h. La sua posizione di leader dura poco: davanti a lui si piazzano bei nomi: Bailetti, Guernieri, Zandegù, lo spagnolo Colmenarejo che con 46 km/h di media sembra fissare un limite d’eccellenza. Ma i migliori sono solo ora in procinto di partire. Non lesinano lo sforzo. Una bella pattuglia di italiani, con l’elvetico Maurer, padroneggiano le prime posizioni. Con Balmamion, autore di una prova di ottimo livello, la media oraria si alza ancora, ma è Baldini che vince il ‘muro’ dei 47 km/h. Sembra fatta, ma non è così.

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Anquetil ha montato un rapporto elefantiaco: 54 per 13, vale a dire uno sviluppo di quasi 9 metri a pedalata. Dietro a lui si scuote il vento. Si piegano le foglie dei pioppi nella bella campagna parmense. Irresistibile, imprendibile, unico. «Il suo colpo di pedale – scriverà di lui Paul Fournel -era bugiardo. Mostrava a tutti una facilità e una grazia mai vista, una leggerezza in uno sport di macellai, di trituratori di pedali». Louison Bobet sosteneva che Anquetil era l’unico corridore al mondo in grado di sopportare una posizione aerodinamica per tutto lo svolgimento di una gara, senza cedere o scostarsi dalla linea ideale. Inoltre si diceva che fosse il solo a non ‘tagliare’ le curve, il ché poteva essere un controsenso. Invece, arrotondando la parabola sull’esterno, esattamente come sulla pista di un velodromo, Anquetil poteva mantenere alta la velocità e neppure smettere di pedalare, sia pur coprendo qualche metro in più di distanza. Chi lo vedeva passare non aveva il tempo di incitarlo tanta era l’ammirazione e lo stupore di fronte alla bellezza del suo gesto atletico: costante, bilanciato, armonico, semplicemente unico.

All’arrivo nella piccola Busseto la prestazione di Anquetil è talmente straordinaria che taluni sospettano di un’inesattezza nella misurazione della distanza poiché pare impossibile correre a una media di 48,036 km/h, misura mai raggiunta prima in una gara a cronometro. Baldini perde 1’23”, Adorni 1’48”. Jacques si ritrova con la maglia rosa addosso. Per la seconda volta la porterà intatta fino a Milano.

Albano Marcarini ©Cycle! 2017

Le immagini di questo articolo sono tolte dai quotidiani dell’epoca e da ‘Lo sport illustrato’ del 9 maggio 1960.

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