La terribile Milano – Sanremo del 1910

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Il maltempo può rendere una gara ciclistica, di per sé già dura, una vera impresa di resistenza al freddo e alla fatica. Memorabili tappe del Giro si sono svolte sotto la bufera, sul Monte Bondone, sul Gavia, e anche la Sanremo del 2013 fu accorciata per via della neve sul Turchino. Nel 1910 però la stessa Milano-Sanremo, con le medesime estreme condizioni atmosferiche, non si fermò…cronache di una corsa ai limiti del possibile!

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Inizio di aprile 1910. Roosevelt in visita a Roma sfiora l’incidente diplomatico rifiutando l’udienza papale. Nel Mar Baltico precipita un pallone aerostatico con quattro passeggeri a bordo.  A S.Rossore si tengono le consuete corse di galoppo e sulle Grigne le gare milanesi di sky (sic!). Il tempo peggiora, in Piemonte, diversi villaggi di montagna sono isolati nella neve. A Milano, nonostante freddo e vento, centinaia di persone trascorrono la notte dinanzi al Teatro Stabilini in Porta Genova, raduno di partenza della quarta edizione della Milano-Sanremo.

I primi concorrenti, bicicletta in spalla, compaiono attorno alle 4 del mattino in sala firma dove il pubblico ammesso è pagante. L’attesa si fa crescente e si esprime con entusiastiche ovazioni quando appaiono Ganna e Galetti, i due favoriti italiani. Destano impressione i corridori della francese Alcyion, fra i quali il gettonatissimo Petit-Breton, per la loro stazza, i minacciosi baffi alla corsara e la compattezza della squadra. Si sa che i transalpini non hanno ancora digerito lo smacco subito da Ganna l’anno precedente. I giornalisti non mancano di annotare l’eleganza di alcuni atleti, quasi fossero a una sfilata d’alta moda. Di Lapize, recente vincitore della Parigi-Roubaix (che quell’anno si corse prima della Milano-Sanremo), si apprezza la tenuta turchina, forse in onore dell’unica asperità del percorso. Del belga Cyrille Van Houwaert, vincitore della Sanremo due anni prima, la maglia nazionale gialla, nera e rossa.  Desta interessa la partecipazione di un tale Provinciali, il postino in bicicletta di Milano, improvvisatosi professionista. All’appello delle ore 5.15 rispondono in 73. Dopo qualche minuto la carovana si avvia verso la Conca Fallata dove sarà dato il via. Piove.

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Il belga Van Houwaert, indomabile protagonista nella prima fase della gara (da Wikipedia).

«Questi uomini semi-nudi, appena coperti dalle loro maglie, acquistano alla luce incerta e triste del mattino un colore indefinito», annota il cronista de La Stampa. C’è chi guarda il cielo bestemmiando, chi ride, chi controlla la macchina, chi già trema dal freddo. Alle 6 lo starter abbassa la bandierina: si parte. «È come uno sciame di farfalle d’ogni colore che si confonde, che si urta e che poi di snoda in una lunga fila, che spicca come una linea diritta, dai colori più varii, nello sfondo giallastro della strada infangata. Qua e là, ai bordi della campagna assonnata, qualche fuoco fumeggia, crepitando, ed intorno dei contadini intabarrati si scaldano, attendendo il passaggio. La scena ha in sé qualche cosa di fantastico e insieme di pittoresco.»

La strada da Milano a Pavia è orrenda. Ovviamente l’asfalto è di là da venire. Lo stato della strada impone delle strategie particolari: si corre in fila indiana sulle banchine o nel mezzo della carreggiata, dove i carri non hanno provocato solchi.  A ogni modo si va velocissimi e il gruppo si sgrana in fretta. Ma è difficile riconoscere i corridori, il fango ha già ricoperto volti, maglie e numeri.  Dopo Pavia, i quaranta corridori di testa passano il Po su un ponte di barche. In testa si danno il cambio Pavesi, Ganna, Van Houwaert, Galletti. A Casteggio Petit Breton risulta staccato. Diventa una gara a eliminazione. Chi è davanti forza il ritmo, chi è dietro resiste fin che può.  Van Houwaert, insensibile al freddo, fa il diavolo a quattro: scatta, rifiata, scatta di nuovo, si gira, piroetta sul fango, rilancia… A Tortona, in testa, si contano in 18. Proverbialmente i corridori d’oltralpe si trovano meglio con il maltempo. Difatti, poco prima di Novi restano in tre, e tutti stranieri: Christophe, Van Houwaert, Lapize.  Altri accusano il colpo: Rossignoli si ritira, Petit-Breton anche. Ora non piove, grandina. Il paesaggio, all’approssimarsi delle montagne, s’incupisce. Poi nevica. Le auto del seguito si bloccano, altre slittano. Dai radiatori esce fumo. «Ma ecco un tratto innanzi a noi – annota ancora il cronista – due poveri disgraziati curvi sulle loro macchine, che procedono per virtù di non so quale sforzo violento. Sono Borgarello e Gallia. Quest’ultimo si arresta e si accorge di avere un piede senza scarpa. Barcollando, discende col piede nudo sulla neve e cerca intorno. Il poveretto ha perso la conoscenza. La scarpa gli è rimasta infissa al pedaliere ed egli non la scorge più.»

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Da una cartolina del periodo, la strada che da Masone esce verso il Turchino.

Le auto che raggiungono il Turchino non sono dietro ai primi. Si suppone che Van Houwaert abbia preso il volo, da solo. Ma nessuno lo ha visto. Il versante ligure è coperto da uno strato di trenta centimetri di neve. Impensabile scendere in sella. «Ecco scorgiamo una macchia nera in mezzo alla strada. È  Van Houwaert che scende a piedi. Un giovanotto gli ha offerto il suo mantello e lo accompagna nella dolorosa discesa. Il belga affonda nella neve. Fermiamo l’auto e gli chiediamo notizie. Ci balbetta alcune parole mozze. Ha il viso paonazzo e le mani rattrappite, le labbra tumide. Ci sorride mestamente, chiedendoci quanto vantaggio ha ancora. ‘Sei minuti’ gli diciamo. Il povero giovane ci sorride ancora, con uno sguardo ebete e trasognato». Non proseguirà oltre, troverà provvidenziale rifugio in un casolare. Lo stesso in cui si rifugia Christophe per scaldarsi e riprendere forze. Il francese vorrebbe ripartire subito, il padrone di casa lo sconsiglia e lo trattiene con la forza credendolo pazzo.  Dopo una concitata discussione il corridore fa credere di volersi ritirare e di raggiungere la stazione più vicina. Difatti esce dalla casa e torna in corsa.

Ma lasciamo parlare il protagonista: «Il padrone mi mostra la neve che continua a cadere e, a cenni, cerca di convincermi a restare. Intanto arrivano Van Houwaert e Ernest Paul che si gettano sulla stufa. Sono talmente congelati che mettono le mani tra le fiamme. Paul ha perso una scarpa e non se ne accorge. Sono qui da 25 minuti, lo sguardo fisso alla strada; passano quattro corridori; quattro mucchietti di fango; vanno piano, soffrono per il freddo da fare pietà. In quel momento decido di ripartire. “Sei matto!“ dice Ernest. Ma il padrone di casa non intende restituirmi la libertà. Devo agire d’astuzia, se voglio prendere la prima posizione che quei quattro mi stanno togliendo. Nel mio italiano approssimativo cerco di dargli da intendere che voglio ritirarmi: “Il signor franchese a la rifornimenta di Voltri parla italiano et mi prendre ferrovie per Sanremo”. L’uomo afferra il senso e mi lascia ripartire. Eccomi di nuovo nella tormenta, Riacciuffo Cocchi, poi Pavesi, che supero prima di Voltri, e arrivo al rifornimento proprio mentre Ganna ne riparte. Albini è già passato. Al controllo trovo i miei direttori, Calais e Baugé, che mi avevano perso di vista. Mi pensavano in testa con un buon vantaggio e avevano seguito il gruppetto degli italiani per controllarli; soprattutto Ganna, che avevano sorpreso farsi a piedi la salita, per riscaldarsi, mentre un ‘auto gli portava la bicicletta. “Dove sono Paul e Van Houwaert?” Rispondo battendo i denti che hanno mollato. Allora Baugé mi bisbiglia: “Puoi ancora vincere, hai solo Albini davanti, a 2 minuti!” Sì, ma prima mangiare e bere. Mi rifocillo in fretta. Cambio bici e parto all’inseguimento. All’uscita dal paese riprendo Ganna, poco più in là anche Albini che cede senza opporre resistenza: è sfinito. Continuo fa solo su quella strada per me nuova. A volte mi chiedo se sono sulla via giusta perché, a causa del tempo orribile, non c’é un’anima che segua la corsa ai bordi o nei paesi. Arrivo a Sanremo alle 18 esatte, quando mi fermo sotto la bandierina gocciolante che segna la fine di un calvario” (La storia illustrata del ciclismo, vol 1, La Casa dello Sport, Firenze 1987)

A Voltri infatti la corsa si rivoluziona. Quelli che erano in testa sono scomparsi. Sulla riviera transita in testa Albini, leader della Legnano; quattro minuti dopo Ganna.  Alla firma del controllo, il varesino non riesce a tenere la penna nelle mani. Scende dalla bicicletta ma si trascina curvo, come se fosse fossilizzato nella posizione di marcia. Gli buttano dell’acqua calda addosso. Piange, si accascia per terra. Il suo manager lo incita: dice che i francesi si sono tutti ritirati e sarebbe facile vincere. Come un automa Ganna si rialza e riparte. Non tutti i francesi, perché tre minuti dopo arriva lo scaltro Christophe ed è il meno provato della compagnia. Firma e riparte subito. Pare una furia. A Savona non solo ha sopravanzato i primi, ma li stacca di un quarto d’ora, ad Alassio di tre quarti d’ora.  Per velocizzare l’andatura si era fatto tagliare a metà i pantaloni che, completamente inzuppati d’acqua, gli impedivano i movimenti. A Sanremo vince in solitaria alle ore 18. 24, dopo più di 12 ore di corsa. Ganna giunge sfinito alle 19 e qualche minuto. Dichiara di non voler mai più disputare una corsa ciclistica. In più verrà squalificato per essere salito in auto negli ultimi chilometri, come aveva sportivamente ammesso il suo direttore tecnico. Dei 73 partenti ne risultarono classificati a Sanremo sei, due dei quali in seguito squalificati.

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Eugène Christophe, soprannominato il ‘re delle tempeste’ dopo aver vinto nella tregenda la Milano-Sanremo del 1910 (da Wikipedia).

I commentatori più esperti, nel celebrare l’immane sforzo compiuto dai ciclisti, notarono la perfetta strategia della squadra del vincitore che controllando e forzando la gara fino ai piedi del Turchino, con Van Houwaert a far da lepre, poté in seguito lanciare Christophe nel momento decisivo. Mentre il compagno si esauriva nello sforzo, il francese, adottando un rapporto agilissimo, riusciva a superare indenne la salita, a raggiungere e superare gli avversari in riviera. Una chiara dimostrazione di forza e tattica di squadra, ancora sconosciuta fra i corridori italiani. Dal canto suo Christophe rimarrà così provato da quell’esperienza da essere ricoverato per un mese in clinica e di rinunciare per due anni alle gare nonostante l’Alcyon si avesse rinnovato il contratto e duplicato l’ingaggio. Le corse massacranti invece non si sarebbero fermate. Il successivo 17 aprile si sarebbe corsa a Brescia una cronometro a squadre sulla folle distanza di 303 km. La francese Alcyon, pur priva di Christophe, avrà ancora una volta la meglio su tutte le altre squadre.

Discussion1 commento

  1. Valentina Fortichiari

    Si legge proprio come il racconto/romanzo di una avventura ciclistica.
    Trasformi la storia della bicicletta in romanzo. Ma aver notato che una sezione si chiama Ladri di biciclette mi ha riempita di gioia. Evviva! Come direbbe Za.

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