Quando il Giro scoprì le Alpi

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23 maggio 1911. Il Giro d’Italia, alla sua terza edizione, conosce le prime, vere, grandi salite alpine. Di scena, il Colle del Sestriere, per la prima volta al di sopra dei 2000 metri: 2030 per la precisione. La tappa, la quinta: da Mondovì a Torino. Una galoppata piemontese di 302 chilometri passando per le Langhe, Alba, Saluzzo, Pinerolo, Susa. «Una corsa vicina ai nevai» titola il Corriere della Sera. Si sfiora il confine francese e sarà un transalpino a mettersi in luce. Ma non anticipiamo l’epilogo di una gara che si correva a punti, senza calcolare i distacchi cronometrici. Valevano i piazzamenti. Chi più ne aveva più aveva possibilità di vittoria finale. Quell’anno si era partiti da Roma, per celebrare il cinquantennio dell’Unità, e si risalì la penisola in senso orario, dal Tirreno all’Adriatico per tornare infine a Roma. Nelle prime tappe si esaltano Galetti, vincitore del Giro 1910, e il mai domo Rossignoli. Battagliano fra loro alternando prestazioni superlative a crisi spaventose o a guai meccanici di vario genere. Le bici si adattano alle nuove imprese. Sono un poco più leggere, intorno agli 11-12 chilogrammi. Abbandonata la barbarica ruota a scatto fisso, ora si montano ingranaggi su entrambi i lati del mozzo, in modo da poter scegliere, girando la ruota, il rapporto più adatto. Il più usato resta il 44 per 22.

L’inizio della tappa, alle 4.35 del mattino, non è incoraggiante. Indicazioni maldestre inducono alcuni concorrenti a imboccare strade sbagliate. Per evitare sforzi vani, il gruppo si arresta più volte ai bivi non segnalati e attende l’arrivo del direttore di corsa. Qualcuno scappa confidando nella buona sorte, così la corsa si sfilaccia già sulle colline delle Langhe. Ma non è vero ingaggio, si teme la salita e alla fine un gregge di 19 atleti attraversa compatto la pianura e punta verso i pascoli delle Alpi. Gerbi, l’astigiano Diavolo Rosso, viene incitato ovunque.

Il Colle del Sestriere negli anni Trenta
Il Colle del Sestriere negli anni Trenta

Dopo Pinerolo, dopo la città della ‘maschera di ferro’ e della scuola di cavalleria, si entra nella Valle del Chisone. La strada s’inclina, qualcuno scende di sella, le ruote s’intingono nel fango. Sono più o meno 50 chilometri di salita; prima pedalabile, poi sempre più faticosa. Il forte di Fenestrelle guarda con dispetto quei minuscoli guerrieri che sulle due ruote avvolgono le spire della montagna. C’è eliminazione. Ognuno pensa a sé e si fatica a stare assieme. Non c’è tattica. Si corre isolati, uno dietro l’altro a distanza di dieci, venti, trenta metri a seconda di quanto si riesce a tenere del ritmo dei primi. Oriani, Corlaita e ancora Rossignoli sembrano i più convinti. Dopo Pragelato, ai margini della carreggiata si alzano muraglie di neve. Ora diventa difficile. Non c’è pubblico. Sestriere non è ancora la città dello sci lanciata da Giovanni Agnelli negli anni Trenta; il comune -l’unico che avrà raffigurato, nel suo stemma, un paio di sci – non esiste ancora. E non ci sono ancora i due inconfondibili alberghi a torre, segno distintivo del razionalismo anteguerra. Sul colle c’è solo gran vento e un gruppo di baracche di legno. Corlaita – il ‘granatiere’ dall’enorme stazza – è il primo a scollinare ma in discesa è troppo prudente e si fa raggiungere dagli altri. Scalpita il mantovano Contesini e allunga ma, sciaguratamente, colpito in pieno da un auto proveniente in senso opposto (non esisteva allora un blocco del traffico lungo il percorso di gara), viene sbalzato di sella per una decina di metri. Come una molla si rialza, pare indenne, si scuote per liberarsi dalla polvere e scruta la bici. Un pedale è spezzato. Che fare? Ma ovvio, chiedere in paese se qualcuno ha un pedale da vendere. Detto fatto.

Lucien Petit-Breton
Lucien Petit-Breton

Intanto ai battistrada si è aggiunto il pericoloso francese Petit-Breton, già primatista dell’ora, che non aveva condotto una discesa bensì una folle picchiata. Ora sono in quattro con Rossignoli, Corlaita e Galetti: il meglio che ci si poteva attendere. É il francese a guidare le danze. Ad Avigliana viene fatto segno di un gesto d’augurio. Una dama, ritta su un’auto, gli si accosta porgendogli una bandierina tricolore. Lo stile del campione è superiore, degno d’ammirazione, e impressionò anche Costamagna, il patron del Giro, che di lì a poco, sulle pagine della Gazzetta, lo paragonerà ad un invitto cavaliere medievale.

Lo striscione del traguardo è fuori Torino, a Pozzostrada. Il rettifilo d’arrivo è transennato. Ci sono tribune a pagamento: un lusso che solo pochissimi dei trentamila presenti possono permettersi. Forse coloro che in quello stesso giorno onorarono la presenza della Granduchessa Imperiale di Russia Maria Pawlowna, giunta in visita in città, e che da gran signora, un poco annoiata, si era degnata di scendere dal treno due ore dopo il suo arrivo, con vivo imbarazzo del comitato di ricevimento.

C’è gente arrampicata sugli alberi. Sono quelli che si godono meglio la volata. Galetti e Corlaita tentano di chiudere Petit-Breton, il francese, maestro di velocità, evita la trappola e vince con mezza ruota di vantaggio su Galetti. La folla, eccitata, invade la strada. La giuria, nell’attesa degli altri concorrenti, decide di spostare il traguardo qualche centinaio di metri più avanti. Petit-Breton era arrivato alle 16 e 4 minuti, alle 19 con il trentasettesimo classificato, tale Gajoni, si chiude il traguardo.

L’articolista del Corriere chiude invece con una nota di colore: «La ciclista Gilardini, vincitrice delle recenti gare femminili di Lugo, in costume ciclistico jupe-culotte, dona a Petit-Breton un enorme mazzo di fiori con i colori italiani e francesi». Il vincitore, scaraventato su un’auto, viene portato in trionfo in città. Cos’è tutto questo entusiamo per un francese? Presto detto: pedala su biciclette ‘Fiat’, monta gomme ‘Pirelli’!

Petit-Breton si rivelerà dominatore anche nelle tappe successive. Qualcuno lo accusò di avere la bici ‘dopata’ poiché per la prima volta nella storia, egli aveva montato al mozzo della ruota posteriore una sorta di rudimentale cambio di velocità per agevolare la pedalata. Un’innovazione che, in realtà, gli si rivoltò contro. L’aggeggio si guasterà nei momenti decisivi delle ultime tappe e lo si vedrà costretto al ritiro. Ne approfitterà lo squadrone Bianchi portando per la seconda volta consecutiva Galetti alla vittoria finale.

(albano marcarini © Cycle! 2017)

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