Quando il vulcano non eruttò il Giro

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Non ci fu battaglia quel giorno sull’Etna. Il vulcano rimase quieto e non scatenò la sua ira contro il drappello di corridori che violò i suoi dicchi, i vulcanelli, le colate di lava. Il Giro d’Italia 1967 approda in Sicilia dopo che a Milano la tappa di prologo è stata impedita da una dimostrazione contro la guerra nel Vietnam. Motta mette in palio la maglia rosa conquistata l’anno prima, ma teme le salite. Gimondi accusa una flessione di rendimento. Ci sono Anquetil, Altig, Van Looy e un tale Eddy Merckx che non è mai stato al Giro, ma mette già paura. Jacques sarcastico commenta: «Gli italiani mi amano quando vinco, ma mi adorano se perdo».

Il segnale indicatore per la salita all'Etna
Il segnale indicatore per la salita all’Etna

Mentre Primo Carnera torna in Italia dall’America e mentre in America Tommy Smith straccia il mondiale dei 400 metri piani in 44”5, i ‘girini’ sbarcano a Palermo da una notte insonne in traghetto. Solo Torriani, per via del mal di mare, ha preferito il vagone letto. Intanto si sono già corse cinque tappe: Zancanaro, Gomez Del Moral, Dancelli, Zandegù, Planckaert i vincitori. Ruote veloci o avventurosi che hanno spianato la strada fino a Napoli per le cosiddette ‘tappe platoniche’. Poi tutti al mare. A Palermo Altig mostra i denti sul Circuito del S.Pellegrino e batte allo sprint Dancelli in maglia rosa, mentre i denti a Van Looy fanno così male che se ne torna in Belgio. A proposito di denti: anche Ivan Basso ce li ha lasciati, dopo un capitombolo, e proprio sull’Etna, mi pare. Fine dell’inciso.

M.Silvestri 2000
La strada per l’Etna

E adesso si pensa all’Etna: 169 km, partenza da Catania, un bel tergiversare fra gli agrumeti della Piana e i campi di pistacchio di Bronte, un nuovo passaggio da Catania prima di affrontare la temibile salita ai 1881 metri del Rifugio Sapienza. Saggezza ci vuole, più che sapienza, e tutti tirano al risparmio nonostante la viva attesa dei suiveurs di vedere finalmente i grandi all’attacco. C’è maretta alla partenza, ci si lamenta dei trasferimenti, che sono più faticosi delle tappe. Mazzacurati, buon gregario da otto Giri e tre Tour, accusa Adorni di mangiare di più e meglio di lui perchè i trasferimenti lui li fa in auto e non in treno come gli altri. Vito Taccone promette sfracelli visto che a Palermo la maglia rosa gli è sfuggita d’un soffio. D’altronde dopo sei tappe di piatto o quasi piatto, è giusto pensare che sia venuto il momento di sciogliere le briglie. Agli scalatori soprattutto. Ma c’è caldo e sete. Poche le fontane lungo la strada, tanto che i gregari assaltano le cisterne usate per irrigare i campi. Negli ultimi 19

L'Etna sopra Nicolosi
L’Etna sopra Nicolosi

chilometri, dopo Nicolosi, la strada va su a spigoli in un paesaggio che in basso somiglia al Paradiso terrestre, in alto è la porta dell’Inferno, una specie di Ventoux nostrano. Sotto è un’enorme impalcatura di muretti e terrazzi, una tela di ragno che sorregge le falde inferiori della montagna, un’architettura di pietre nere, che scompartisce campi di fichidindia e mette insieme tozzi casolari, le ‘casudde’ come le chiamano qui. È la nerissima ‘pietra di fuoco’ rigettata dalle viscere della terra e ricomposta ad arte secondo i desideri degli uomini. Si potrebbe chiamare giardino di pietra assieme al verde intenso delle colture e al giallo vivo delle ginestre. Sopra sono distese informi, accumuli di scorie laviche dove s’accampano ciuffi di astragalo e di spinosanto, dove spuntano coni e conetti vulcanici e gente, gente che non si sa come abbia fatto a salire su, forse per qualche antica trazzera, tagliando via i tornanti. Conosce i nomi dei loro beniamini, ma non sempre li distingue perché le cronache vanno ancora per radio e questo lavoro, in tivu, lo sa fare solo Dezan. Per cui si grida Motta quando passa Adorni, Gimondi quando spunta Taccone. Scaramucce, tiri a salve, tanto per dire che c’erano ma nessuno dei ‘grandi’ pensa a un assalto al vulcano. Che se ne stia tranquillo anche lui, che noi di strada ne abbiamo ancora prima di arrivare a Milano. A meno tre se ne vanno il solito spagnolo, tale Gonzales, e i nostri Carletto e Schiavon, seconde linee generose.

L'arrivo di Bitossi al Rifugio Sapienza il 26 maggio 1967 - http://www.bikeraceinfo.com/photo-galleries/rider-gallery/bitossi-franco.html
L’arrivo di Bitossi al Rifugio Sapienza il 26 maggio 1967 – http://www.bikeraceinfo.com/photo-galleries/rider-gallery/bitossi-franco.html

Poi s’aggancia lui ‘cuore matto’, che avevano dato per disperso per via della sua maledetta palpitazione. Dicevano che si era fermato, come sempre gli accadeva nel finale di gara, per respirare, per calmare quel ventricolo impazzito. Invece eccolo lì, a stanare ‘speedy’ Gonzales. Radio corsa ha detto che per via del vento lo striscione del traguardo è volato via e dunque non si sa bene dove sta l’arrivo. Si parla di una bandierina rossa tenuta da un addetto. Meglio non tergiversare, avrà pensato il piccolo spagnolo. Difatti parte come una furia. Ma Bitossi non si scomoda per arrivare secondo, scala le marce, butta su il 54 per 16 e non ce n’è per nessuno. Un tifoso la mette in burla e gli piazza davanti un cartello con scritto: “Viva Bitossi, cuor di leone!”

(albano marcarini, © Cycle! 2017)

Per vederli in video: https://www.youtube.com/watch?v=sHI7qMZebCM

Crediti foto: tutte le immagini sono dell’autore, fatta eccezione per http://www.bikeraceinfo.com/photo-galleries/rider-gallery/bitossi-franco.html

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