Quando Magni girò in pista per 24 ore di fila e per la stanchezza si addormentò vestito

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Nella notte dei tempi le corse in bicicletta erano massacranti. Non si voleva il velocista, il passista o lo scalatore, si voleva il più forte, in tutti i sensi. Colui in grado di resistere, con le bici e le strade di allora, a centinaia e centinaia di chilometri in sella. La corsa finiva per essere una eliminazione, chi non reggeva la fatica usciva di scena, come in un western. Si imponevano regole assurde, come l’obbligo di aggiustarsi da soli la bicicletta in caso di guasto o il divieto di cambiare maglia, anche se fradicia. Desgrange, organizzatore del Tour, amava questo genere di supplizi. Oltre alle tappe dei grandi giri, di trecento e più chilometri, si disputavano prove in linea pazzesche: Paris-Brest-Paris di 1200 chilometri; Bordeaux-Paris di 600.

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Anche in pista non si scherzava. Anzi. Le famose Sei Giorni erano fatte apposta per distruggere i concorrenti, costretti a correre come automi in velodromi viziati dal fumo, dall’assordante clamore del pubblico, dall’incitamento degli scommettitori, dal gracchiare degli altoparlanti. In pista, il Bol d’Or (da non confondere con la medesima gara motociclistica) fu una delle prove individuali più dure e insensate, della durata di 24 ore. Fu ideata in Francia nel 1894 dal giornale Paris-Pédale e doveva il nome al trofeo: un vaso  in bronzo dorato sul quale sormontava una figura di donna, offerta al vincitore dalla ditta di cioccolato Menier. Ebbe come teatro di gara dapprima il Velodromo Buffalo a Neuilly-sur-Seine, quindi il celebre Vélodrome d’Hiver nella capitale. Fu corsa saltuariamente e per l’incredibile numero di vittorie (9) il francese Léon Georget fu denominato Le Père Bol d’Or. Nel 1925 Honoré Barthélémy stabilì un fantastico record sulla distanza di 1035,114 chilometri nell’arco di 24 ore. Nel dopoguerra fu disputata una sola volta, nel 1950. E di questa edizione vogliamo parlare, perché ci tocca da vicino.

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Fiorenzo Magni era uomo di forte tempra. Non aveva le fragilità di Coppi o i vizi di Bartali che non disdegnava vino e sigarette. Per uno che vinse tre Giri delle Fiandre, la fatica era un optional. Così, nel 1950, in fine di stagione, dopo la cocente delusione per aver dovuto forzatamente rinunciare a un Tour che lo vedeva maglia gialla a causa dell’abbandono della squadra italiana su un puntiglio di Bartali, Magni accetta un lauto ingaggio e torna in Francia per partecipare al Bol d’Or. Il regolamento stabilisce che delle 24 ore di gara, le ultime sei si dovranno correre dietro motori, vale a dire dietro i derny, le piccole motociclette da pista. Partenza alle ore 23 del 25 novembre, arrivo alle ore 23 del giorno successivo. Sedici i corridori al via, tre gli italiani: oltre a Magni, Bevilacqua e Rossi. Quindicimila gli spettatori, pigiati nelle gallerie e sui palchi del Vel d’Hiv. Per riscaldare l’ambiente la gara è preceduta da una kermesse d’eccellenza con Coppi e Bobet alla testa di due squadre nazionali dove i padroni di casa non faticano a primeggiare. Poi l’inizio della gara con i toni da corrida dello speaker che chiama in pista per nome e per numero ogni corridore. L’allineamento, infine il via. I sedici iniziano la folle ronda spronati dai traguardi a premio che si susseguono giro dopo giro. Dopo mezz’ora risultano percorsi 20,650 chilometri, allo scoccare della prima ora sono 41,602. Qualcuno lancia una fuga e guadagna un giro. Intanto il parterre diventa il volto mondano della manifestazione: donne impellicciate e vagamente incuriosite siedono ai tavoli con attempati uomini d’affari mentre qualche viveur adocchia la preda occasionale, l’orchestra intrattiene il pubblico con polke e walser di facile presa. L’altra metà del parterre è occupata dai meccanici e dagli allenatori, in piccoli stand dove si spande il penetrante odore del mastice e dell’olio canforato. Le due parti vivono lo stesso spazio ma sembrano lontani mondi.

I primi 100 chilometri sono coperti dopo due ore e mezza. Ma di fatto la gara si rivela di una noia esasperante. I corridori sanno di non poter accumulare vantaggi sufficienti senza l’aiuto dei derny che esasperano la velocità e restano in prudente attesa, o al massimo, confidano nel cedimento sulla distanza degli avversari. Qualcuno, come il francese Carrara, s’incaponisce nei traguardi parziali per riempire il portafoglio. Tutto si svolge in sella: mangiare, bere, vestirsi e svestirsi. La parola d’ordine è fermarsi il meno possibile. Se lo si fa è perché il pudore lo impone e sono pronti, dietro un lenzuolo steso, i pitali. A notte fonda i concorrenti indossano gambali e manicotti contro il freddo. Spessi occhiali sono necessari per proteggersi dal fumo e dal pulviscolo di un ambiente chiuso e inquinato. Coppi, insieme alla moglie, occhieggia dalle tribune e si lascia sfuggire qualche sbadiglio. La stanchezza si manifesta nel mattino del giorno seguente. La media crolla e la sedicesima ora viene corsa in 32 chilometri

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Tutto si decide alle cinque del pomeriggio, a sei ore dal termine della gara, quando entrano in pista gli allenatori sugli scoppiettanti derny. Magni è lesto a prendere l’iniziativa e si lancia in un furioso inseguimento. La preda è il francese Goussot, al comando della gara. Ci volle un’ora e mezza per recuperare lo svantaggio, ma una volta raggiunto il francese, Magni si pone al comando guadagnano  subito sette giri di pista. Goussot cede e viene superato anche dall’austriaco Rudy Valenta in fase di rimonta, il solo ormai a insidiare il nostro campione. Ora la lotta è fra i due e si disputa nell’ora finale. Nel pubblico si risveglia l’interesse, il clamore aumenta ma non basta a sovrastare l’ondivago frastuono dei ciclomotori. Valenta con un sforzo grandioso cerca di portarsi a ridosso di Magni. Questi risponde da par suo. Lo speaker annuncia i minuti al termine. Nel delirio degli ultimi giri, Magni ha addirittura la forza di affiancare il suo allenatore. Per l’austriaco, esausto, non vi è nulla da fare «giacchè Magni – nel commento di Vittorio Varale, inviato de schermata-2017-04-06-alle-23-33-18La Stampa – riusciva a guadagnare un giro di pista proprio all’ultimo minuto e quello poteva dirsi il geroglifico della firma che l’artista segna sotto il proprio capolavoro». Al colpo di pistola la gara finisce: Magni vince. La prestigiosa rivista Miroir Sprint gli dedica la copertina con la seguente didascalia: «Questa maschera tragica è quella di un vincitore: Fiorenzo Magni, sceso di sella, sostenuto da un commissario, dopo aver coperto 867 km 809 metri in 24 ore. I tratti del volto tirati, le dita rattrappite, Magni dovrà far passare qualche minuto prima di realizzare l’impresa che arricchisce il suo palmares, già così glorioso su strada, di una bella e dura prova: il 25° Bol d’Or!». Nelle 24 ore aveva divorato 15 chili di frutta, due chili di zollette di zucchero, un chilo e mezzo di polpette e carne trita, bevuto 20 litri di té e caffé mediante una lunga cannuccia infilata nella borraccia. Dei sedici partiti, solo sei terminarono la prova, l’ultimo – lo svizzero Diggelmann con 220 giri di ritardo, vale a dire in distanza più di 57 km! Condotto finalmente in albergo Magni si addormentò vestito. Al peso, dopo la gara, aveva perso 7 chili. Von Masoch avrebbe apprezzato.

(albano marcarini © Cycle! 2017)

Tutte le immagini provengono da ‘Miroir Sprint’ n.233, del 27.11.1950 della collezione dell’autore, eccetto il ritaglio da ‘La Stampa’ del 28.11.1950. La foto d’apertura ritrae il possente Bevilacqua, giunto quinto a 132 giri di distacco.

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