Quella cronometro sulla strada più bella del mondo.

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I ciclisti, impegnati a testa bassa nel turbine della gara, non se ne rendono conto, ma bisogna riconoscere che le loro strade sono talvolta incredibilmente belle. Talmente belle che è un peccato doverle correre. Meglio passeggiare. In Italia soprattutto. Penso all’Orientale Sarda, alla strada della Costiera Amalfitana, allo Stelvio e allo Spluga, alla Strada delle Dolomiti.

_57_57-1E penso alla Gardesana Occidentale, già strada statale 45 bis. La sua bellezza vale doppio. Uno, perché attraversa il paesaggio rivierasco del Lago di Garda, fra ulivi, cipressi e limonaie, fra rupi a picco e lontane cime innevate – il ‘baldo’ monte’ che domina sull’opposta sponda – fra il vento che gonfia le vele dei surf e il tepore del clima insubrico. Due, perché è stata una delle prime strade al mondo – forse anticipata solo dalle ‘parkways’ nordamericane – ad essere pensata ‘per e nel paesaggio’, vale a dire fatta in modo che non recasse danno, anzi mettesse in valore quella stretta e meravigliosa sponda di lago che va da Salò a Riva del Garda. Fino all’inizio del Novecento qui i collegamenti erano possibili per via d’acqua o con aspri sentieri di montagna. Nel 1927 fu dato avvio ai lavori di una rotabile che avrebbe abbreviato le comunicazioni fra la Lombardia e il Trentino. L’opera fu conclusa nel 1931 e si dovette trovarle un nome, meno banale di un numero. Si scomodò Gabriele d’Annunzio, che aveva residenza al Vittoriale di Gargnano. ‘Strada del Meandro’ decretò il Vate, per via delle sue innumerevoli svolte in scenari diversi e sorprendenti. La stampa dell’epoca la giudicò subito ‘fra le più belle strade d’Europa’, nuovo vanto del regime. Sempre d’Annunzio ideò titoli mitologici per ognuna delle numerose gallerie, antri oscuri scavati nella viva roccia e lasciati ‘al naturale’ senza rivestimento. Accanto al nastro d’asfalto furono impiantati 250 mila alberi, per lo più cipressi e oleandri, mentre piazzuole e belvedere si posizionarono a distanze costanti per ammirare il panorama. E poi i panciuti paracarri di granito, i parapetti forati ad archetti, i cippi chilometrici con le tonde cifre nere. Insomma una strada come non se ne fanno più!

Ebbene su questa meravigliosa strada, durante il Giro d’Italia del 1954, si svolse una memorabile gara a cronometro. Un perfetto connubio di bellezza: la forza del pedale e la poesia della strada. Quello del 1954 fu però un giro storto. Se n’è sempre parlato poco, quasi a rimuoverlo dagli annali. Fu etichettato come il Giro della vergogna, per l’atteggiamento rinunciatario dei big. Si delusero le aspettative nonostante i preparativi e il contorno di eventi, per primo l’inedita partenza da Palermo. A causa di una ‘fuga bidone’ sulle montagne d’Abruzzo, due concorrenti di secondo piano, lo svizzero Clerici e l’italiano Assirelli si trovarono in classifica con un vantaggio di una ventina di minuti su tutti. Nessuno, per interesse o per rivalità, ebbe poi voglia di ribaltare la classifica e così anche le tappe più dure si rivelarono inoffensive. Peggio ancora. Nella tappa di St.Moritz, i corridori inscenarono una vergognosa rinuncia che passò alla storia come lo ‘sciopero del Bernina’, additato come un insulto alla professionalità e al senso sportivo.

Unica parentesi in quel giro da ‘vitelloni’ e da ‘turisti’, stando alle invettive dei tifosi, fu proprio la cronometro del Garda. Non passò inosservata. C’era gente lungo i 42 chilometri del percorso. Si dice trecentomila spettatori, sistemati ovunque c’era posto: sulle scarpate, dentro le banchine, aggrappati ai segnali stradali, sui tetti delle case, sulle volte delle gallerie, perfino in barca sottocosta. E fu anche la prima volta, una delle poche, in cui si dovette pagare un biglietto per accedere al percorso. «Trionfo delle maniche di camicia, delle donne in pantaloni, dei fiaschi di vino, del pane e salame, in un clima di immensa scampagnata sull’arco di 45 chilometri di verde che si specchiavano nelle acque del lago» annotava Gigi Boccaccini de La Stampa.

‘Koblet è il favorito di Coppi’ annunciano i giornali alla vigilia della prova. Il campionissimo veste la maglia iridata e si schernisce, predicando moderazione. Il suo inizio giro non è stato esaltante: una brutta intossicazione alimentare (si vocifera un’indigestione di ostriche) e una penosa lite con lo svizzero Croci Torti a suon di pompate in faccia. E poi ci son questioni ben più grosse, nella testa c’è l’amor colpevole con la moglie del medico amico. E la vicenda precipita proprio in quel finale di Giro, sulle sponde di un lago che poteva dirsi assassino, da sempre fecondo di amori appassionati e tragici. Coppi si divide fra la moglie legittima e la misteriosa ‘tifosa’, vista con lui in romantica navigazione. Pudicamente i giornalisti sportivi fingono di ignorare. Ma le voci corrono più veloci del ‘pelèr’, il vento teso del lago che strappa le vele. A Gargnano spuntano reporter che con lo sport poco hanno a che fare. Si cerca lo scandalo. Qualcuno azzarda un epilogo da cronaca nera, con il marito tradito pronto a vendicare, arma alla mano, l’offesa. Altro che Giro, altro che cronometro. Il questore di Brescia raddoppia il servizio d’ordine e fissa un posto di blocco prima di Salò. La Stradale, paletta alla mano, avrebbe controllato tutte le auto. Intanto la fiumana di tifosi prende le dimensioni di una migrazione. Si dice che il medico sia rimasto intrappolato nella coda. Fausto vince la sua prima gara contro il tempo, la seconda l’avrebbe disputata di lì a qualche ora.

Così le cronache, in mancanza di memorabilia, vanno sul leggero e scrivono di un’improbabile gara sui 10 chilometri fra Learco Guerra e l’olandese Pellenaers, provocati da Koblet che avrebbe puntato soldi sull’italiano. Una normale sfida fra veterani a una sola condizione: i due avrebbero dovuto pedalare fumando un sigaro o, a scelta, svariate sigarette. Non se ne fece nulla con grande delusione del Monopolio di Stato che ne avrebbe tratto indubbio vantaggio.

coppi312Domenica 6 maggio 1954 i 76 concorrenti rimasti in gara si preparano alla corsa della verità, come la retorica sportiva amava definire le prove a cronometro, contrappuntata da un malizioso accenno alla vicenda coppiana. Il campione, intrappolato nelle retrovie della classifica e visibilmente inquieto, saprà riscattarsi? Seguendo all’inverso la classifica Coppi – tredicesimo –  è tenuto a partire prima di Koblet – quarto. A Riva del Garda la folla, in crescente eccitazione, saluta intanto la prestazione di Bartali. Il ‘glorioso turista’ del giro chiude in 58’ e 56 secondi e sgancia, dopo la linea d’arrivo, un memorabile schiaffone a un invadente tifoso. A Gargnano è partito Coppi. La sua pedalata è greve, trascina sulle pedivelle il suo patema d’animo. Fatica a prendere ritmo. Chi lo vede resta colpito del pallore del volto, dello sguardo fisso e spiritato. Poi, come attraversato da una scossa elettrica, si libera delle zavorre e si alza in volo. La folla a bordo strada lo preme. Lui ora viaggia a cinquanta all’ora fra le ombre e le luci a flash delle gallerie. Parte Koblet. Stile impeccabile. A metà gara i due sono quasi alla pari; si calcolano due secondi di vantaggio per lo svizzero. Se la giocano.

La copertina de Lo Sport Illustrato con Koblet impegnato nella cronometro
La copertina de Lo Sport Illustrato con Koblet impegnato nella cronometro
Il forcing di Magni per non essere raggiunto da Koblet
Il forcing di Magni per non essere raggiunto da Koblet

Ma succede un fatto strano. Di norma, nelle cronometro, quando un corridore viene raggiunto non fa altro che scostarsi e lasciar passare il più forte avversario. Una regola che vale per tutti, non per Fiorenzo Magni che in partenza aveva preceduto Koblet di due minuti. «Quando Magni si è sentito Koblet alle spalle – scrive Ciro Verratti sul ‘Corriere’ – ha ricevuto come una sferzata e, quasi volesse mordere il manubrio, si è piegato sulla macchina e ha centuplicato le forze. Sarebbe morto prima di farsi raggiungere e infatti non è stato raggiunto». I due ingaggiano una pazzesca sfida a inseguimento sul filo dei sessanta orari. Koblet non avrebbe sperato in niente di meglio e si lascia trascinare dal Leone delle Fiandre, tenendosi sì a distanza ma sfruttando la sua foga. Che siano stati questi ultimi furibondi chilometri a decidere le sorti della gara? Di certo Coppi non ha goduto di un tale favore, avendo avuto, come lepre, il modesto Albani, subito surclassato. L’orgoglio di Magni punisce Coppi. Non sarà l’unica volta.

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All’arrivo Coppi segna 55’ e 37 secondi, Koblet lo supera di soli 27 secondi a una media di 45,679 km/h. Ci sarebbe da recriminare, ma qualcuno vede nella prestazione del campionissimo un accenno di rinascita, una voglia di riscossa che lascia ben sperare. Due giorni dopo vincerà la tappa dolomitica, ma sarà il solo acuto in un Giro troppo strano che non ha sopportato la rivolta e il trionfo degli umili, fuggiti troppo presto in una matta fuga bidone. Intanto la tempesta per Coppi era appena iniziata.

(albano marcarini © Cycle!)

Le immagini della gara provengono da ‘Sport Illustrato’, numero 23, del 10 giugno 1954 e dall’archivio storico de La Stampa. Le cartoline della Gardesana Occidentale provengono dalla collezione dell’autore.

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