Sanremo 1961: quella volta che Poulidor non arrivò secondo, ma ci mancò poco

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Raymond è un giovanotto robusto, alto, grosse mani da contadino. Non è delicato come le porcellane di Limoges, da dove arriva, più o meno nel centro della Francia. Non è proprio il tipo del corridore. Raymond ha 25 anni e non ha ancora vinto nulla d’importante. Raymond non ha una fidanzata spagnola, come dicono i giornali. Solo un’amica. Raymond Poulidor, quella mattina, alla Conca Fallata, ha sulla schiena il numero cinque, la sua maglia è bordeaux, con le maniche gialle, la sua squadra la Mercier.

Parte la Milano-Sanremo del ’61. Da un anno Torriani aveva introdotto novità per impedire i finali scontati allo sprint. Qualche durezza in più, visto che il Turchino e Capo Berta non facevano più differenza, con le strade asfaltate, le bici leggere ecc. ecc. Il Poggio, una salitella in vista del traguardo, poteva costituire il trampolino di lancio di un campione o di qualche audace finisseur. Così pensava Vincenzo I, da Novate Milanese.

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Otto in fuga al passaggio sul Ticino

Duecentoventi i partenti, squadre da leggenda: Mercier, Alcyon, Atala, Bianchi, Carpano, Faema, Flandria, Ghigi, Rapha, Torpado, Vov, Ignis, Legnano, Molteni, Peugeot. Che non avremmo mai più rivisto nel ciclismo moderno. Un momento di tensione alla punzonatura. Le biciclette di Anquetil e di altri francesi non sono arrivate a Milano. Allora si trasportavano in treno ‘a piccola velocità’! C’è un favorito, col numero 56 e la maglia di campione del mondo, lo chiamano l’Imperatore di Herenstals per come dispone a piacere del gruppo. È belga, è Rik Van Looy. A scommettere su di lui si vince facile, dicono.

Baldini si ritira a Pozzolo Formigaro sotto lo sguardo di una piccola tifosa
Baldini si ritira a Pozzolo Formigaro sotto lo sguardo di una piccola tifosa

Pronti, via! Eberardo Pavesi abbassa la bandierina. Fughe a ripetizione. Già quattro, partite e riprese prima ancora di Pavia. Spira insolitamente il vento ed è contrario alla marcia dei corridori. Otto prendono il largo, a Tortona li inseguono in diciassette a 2’45”. A Novi di nuovo tutti insieme, ma poco dopo ripartono in sei. La cronaca spicciola sembra un elenco telefonico fra fughe e controfughe. Si annunciano ritiri pesanti: Baldini, Anquetil, Stablinski al quale la sera prima a Milano avevano rubato valigia e documenti.

Spunta un tale Tinazzi, che prende il largo sul Turchino. Ha la maglia dell’aranciata San Pellegrino, la squadra diretta da Gino Bartali. Tinazzi «è un tipo piccolo, col naso a patata, gli occhietti furbi, corre in bici per portare a casa pane e companatico. È padre di famiglia» certifica sul Corriere Mario Oriani. Già a Voltri non si sente più parlare di lui. Il gruppo sfila compatto sull’Aurelia.

Raymond è stanco. In più buca una gomma. Si ferma a lato strada. Fa il gesto che tutti i corridori non vorrebbero mai fare. Alza per aria la ruota infortunata e impreca. Ma nessuno arriva e passa un minuto, poi due. Raymond ha gli scarpini stretti. Se li toglie. «Tanto – dice – la mia corsa è finita.» Giunge finalmente Antonin Magne, campione del passato e ora direttore sportivo della Mercier. Si ferma e guarda allibito il suo corridore infilarsi in auto. Scende, lo strattona e lo rimette per strada. Gli infila le due cose che si era tolto: le scarpe e la ruota. E ci mette pure qualche impropero. Raymond torna in gara.

Schermata 2017-02-17 alle 23.26.01Tutti gli stranieri sono nelle prime file. Finora Rik non ha sbagliato una virgola. Tutto e tutti sotto controllo. I tifosi s’inquietano; sono sette anni di fila che un italiano non vince la ‘corsa dei fiori’. Sul Berta Guido Carlesi si ribella all’oppressore. Scatta di furia, ma è un fuoco di paglia. Il belga in persona lo rimette in riga. Ne approfitta un’altro sconosciuto per filarsela in discesa. «Mica posso riprendere tutti io!», sembra dire il grande Rik. Ma c’è troppo piacere a vederlo in ambascie e nessuno si erge a suo scudiero. Così se ne vanno altri due. E fanno tre in totale: uno di loro si chiama Raymond e non è più così stanco. Anzi. Ai piedi del fatidico Poggio i tre contano 23 secondi di vantaggio. Dietro – dicono – che Van Looy la farà pagare cara a tutti e Scansione 1insegue come un ossesso. Ma Raymond non è proprio un chiodo in salita, anzi! La settimana prima, al Mont Faron, era stato superato solo dal grande Bahamontes. Per cui alla curva del Poggio passa da solo e con un vantaggio che potrebbe bastare. Si scrive al condizionale perché i tre chilometri di discesa e gli altrettanti per arrivare in città possono rivelarsi lunghissimi e fatali, soprattutto se dietro c’è una muta di cani all’inseguimento. Antonin Magne, con la sua inconfondibile tuta da meccanico e il basco da maquis sprona il suo pupillo, sporgendosi dalla Citroën gialla della Mercier. Il rettilineo di Via Roma è lungo come la fame ma è quasi fatta. Raymond è allo spasimo. Pedala come un automa e non si rende conto che la direzione che prendono le auto al seguito è quella sbagliata. No Raymond, maledizione, fermati, fermati… il traguardo è dall’altra parte, sbraita Magne. Questione di attimi, perché dietro hanno capito che il ragazzone è alla frutta. 60, 50, 40 metri. Ma Raymond si è rimesso in carreggiata. È sospinto da una forza inconsapevole. Taglia la linea d’arrivo a occhi chiusi, la testa a penzoloni, la bocca aperta che cerca il respiro. Passano neppure tre secondi è arriva una folata di vento e di rabbia. Van Looy sconfitto si trascina dietro la sua muta ululante.

(albano marcarini, ©Cycle!)

Schermata 2017-02-16 alle 17.11.00

Tutte le immagini sono tolte dalla collezione dell’autore e provengono dagli archivi storici del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport

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