Sei Giorni di Parigi, 1913: quando per colpa di un cappello si rischiò la guerra.

0
La copertina de 'L'Auto' del 13 gennaio 1913 presenta i 32 partecipanti alla prima sei giorni parigina
La copertina de ‘L’Auto’ del 13 gennaio 1913 presenta i 32 partecipanti alla prima sei giorni parigina

«Le grand jour est enfin arrivé», titola il quotidiano L’Auto lunedi mattina, 13 gennaio 1913. Di lì a poco, sulla pista del Vélodrome d’Hiver avrà inizio «la più formidabile prova ciclistica su pista mai organizzata a Parigi»: la Sei Giorni. Alle 18 precise Léon Breton, presidente dell’Unione Ciclistica Francese, dà il colpo di pistola. 32 ‘Six Daymen’, ovvero le 16 coppie ingaggiate, si lanciano sull’ellisse accompagnati dalle note dell’Inno alla partenza, intonato dalla banda municipale. Gli spalti sono gremiti. La folla affluiva da ore per conquistare i posti migliori, alla balaustra, a contatto con i concorrenti. Si contano almeno 15 mila spettatori paganti nonostante l’alto prezzo del biglietto. Tutti sono attratti da quella che viene definita la ‘course monstre’: sei giorni e cinque notti in un interminabile alternarsi, senza pause di sorta, senza respiro.

 

L’idea delle Sei Giorni viene dall’America ed è tempo di importarla in Europa. Non a caso i più forti corridori americani hanno attraversato l’Atlantico per presentarsi, più agguerriti che mai, al velodromo parigino. Difendono con Moran e Mac Farland il record della distanza coperta – 4403 chilometri dopo 142 ore di gara -ottenuto a New York l’anno precedente, nel magico anello del Madison Square Garden. Ai Root, Moran, Wiley, Walthour i Francesi contrappongono Petit-Breton, Georget, Lapize, Brocco gli Italiani Oliveri, Verri e Polledri, i Belgi Heusghem, Buysse, Van Houwaert. Il meglio del ciclismo europeo, dove si contano già vincitori del Tour (Petit-Breton, Lapize) e delle altre grandi gare in linea dell’epoca. La coppia vestita di blu con il colletto rosso, rappresentata da Petit-Breton, detto ‘l’Argentino’, e Georget, vincitore di due Bordeaux-Paris, è data per favorita.

Petit Breton pronto al suo turno di gara
Petit Breton pronto al suo turno di gara

Il palcoscenico delle Sei Giorni si svolge sempre su due piani: la pista, dove i concorrenti, fra alti e bassi di velocità, si inseguono all’infinito; e la ‘pelouse’ centrale dove, come in un bazaar, si affollano centinaia di persone. Sono i ‘soigneurs’, che assistono i concorrenti, sono gli ufficiali di gara, i cronometristi, i notabili, i giornalisti, gli ‘sportsmen’, i camerieri e i cuochi addetti alla preparazione dei pasti, i musicisti, gli infermieri, e perfino i giocatori di biliardo che si sfidano in un torneo interno, su otto tavoli ben predisposti. Più vicino alla pista sta una fila di piccole baracche di legno, aperte su un lato e coperte da una tela. Si chiamano, con una certa ironia, le ‘conigliere’, dove gli atleti si alternano nei momenti di riposo: un giaciglio è steso su due assi di legno, un paio di coperte, uno scaldino a gas, asciugamani, due sedie una delle quali fa da tavolino per mangiare, e poi tubolari, ruote, pignoni, raggi, telai. Su tutto un acre odore di embrocation, olio, mastice. L’insieme ha un aspetto talmente ruspante da essere subito etichettato come il ‘pollaio’.

Léon Georget fra i 'soigneurs'
Léon Georget fra i ‘soigneurs’

La gara si annuncia avvincente ma anche tremendamente noiosa, soprattutto per gli spettatori. Una ditta di biciclette annuncia che rimborserà il biglietto d’ingresso (50 franchi) a colui che riuscirà a seguire ininterrottamente la prova dal primo all’ultimo minuto. Si precisa che gli sarà possibile chiudere gli occhi, di tanto in tanto, ma mai di lasciare il velodromo. Le coppie sembrano tutte egualmente dotate e non si avvertono grandi distacchi nelle prime ore di gara. Qualche caduta, senza gravi conseguenze, qualche foratura. Impicci annullati con un paio di giri di neutralizzazione. Gli americani sono bravi a controllare la frenesia, poco produttiva, dei padroni di casa.  Allo scadere delle prime 12 ore di gara si sono percorsi 439 chilometri. Dopo l’entusiamo iniziale, la partecipazione scema d’intensità. Il velodromo è un impianto enorme dal grigiore assoluto, dai piloni metallici ai teloni, al fumo disperso dalle sigarette. Ne fumano anche i concorrenti in gara, nei momenti di morbida. Anche le giornate sono grigie, lo si capisce attraverso le opalescenti vetrate che fanno filtrare la fioca luce di una Parigi invernale. L’organizzazione stabilisce che ogni mattino, alle 6 precise, le si debbano aprire per smaltire l’aria viziata della notte precedente.

Una fase di gara.
Una fase di gara.

 

Il velocista Crupelandt mitiga il dolore con un provvidenziale pediluvio
Il velocista Crupelandt mitiga il dolore con un provvidenziale pediluvio

Le giornate scorrono fra scatti e controscatti, per guadagnare un po’ di vantaggio sul giro, subito rintuzzati. Le coppie si alternano sull’ellisse di gara. Il tamburellare delle ruote sui listelli di legno fa da narcotico e induce alla sonnolenza. Il compagno che si guadagna qualche ora di riposo nella conigliera, viene bruscamente destato da un colpo di pistola o dalla voce frastornante dello speaker. Si alza, si toglie la vestaglia, trangugia una tazza di caffé, indossa gli scarpini mentre il servizievole assistente gli sistema la bicicletta sulla corsia d’abbrivio. Viene quasi issato in sella e, come un automa, inizia a muovere i pedali come una biella che deve lentamente lubrificarsi.

13-1-13_course_de_6_jours_[...]Agence_Rol_btv1b69229464
Lapize sorridente dopo il suo turno di riposo
Ma è dopo la mezzanotte che tutto diventa più difficile. Svogliate orchestre si sforzano di tener desta l’allure dei concorrenti. Quando la gara impigrisce ecco incalzare la Marsigliese, alternata a vorticosi walser. Ben presto dalla competizione si passa allo spettacolo. Gli atleti si trasformano in guitti, in clown da circo, per rianimare l’attenzione degli spalti o semplicemente per scuotersi dall’inerzia di un’interminabile trottola. Qualcuno agguanta un sifone, sale in cima alle curve, e innaffia di seltz la prima fila di spettatori. Qualcun’altro pedala inforcando un giornale e una pipa. Si gioca ai cappelli. Nel senso che si fa a gara a togliere al volo il cappello a qualche spettatore troppo avanzato sulla balaustra per poi mostrarlo al pubblico come allegro trofeo. E qui avviene il fattaccio. Hermann Packebusch, l’unico tedesco in gara, trascinato nello scherzo, s’impossessa dello ‘chepì’ di un giovane ufficiale dell’Accademia militare di Saint-Cyr e se lo mette in testa. Scoppia il finimondo. A tutti appare una chiara provocazione politica. Non è ancora del tutto svanito il ricordo della disfatta francese nella guerra del 1870 e la protesta assume i connotati dell’incidente diplomatico. Fortunatamente la Francia in quei giorni è alle prese con l’elezione del suo nuovo Presidente, che sarà Raymond Poincaré, e l’episodio passa in secondo piano. Inoltre il povero corridore tedesco decide in tutta fretta, per evitare guai più grossi, di abbandonare la gara fra gli insulti del pubblico.

Il tedesco Packebusch, autore del 'fattaccio' nella sua 'conigliera'.
Il tedesco Packebusch, autore del ‘fattaccio’ nella sua ‘conigliera’.

Il solo effetto positivo è che la gara si risveglia. Verso le due del mattino, dopo cento ore di corsa, un’anonima e seducente fanciulla in abito da sera, getta monete d’oro al passaggio dei corridori. Intanto si moltiplicano i premi in denaro e in natura. Si tratta di traguardi allo sprint che vengono messi in palio, con preavviso di qualche giro, da parte di sponsor, organizzatori, perfino semplici spettatori.

I due conigli messi in palio durante la gara
I due conigli messi in palio durante la gara

Al passaggio della centodiciottesima ora si mettono in palio due splendidi conigli d’Angora che vengono esposti al pubblico sulla linea d’arrivo. Subito dopo una grossa anatra. Qualche ora prima il barone di Rothschild, presente nel parterre, aveva messo in palio 600 franchi per uno sprint che fece esplodere il velodromo.

Al termine delle sei giornate di gara ben 10 delle 16 coppie partite si trovano ancora in gara. Sei di queste sono a parità di giri e devono contendersi la vittoria con una corsa finale di 10 giri. Vi partecipano i più forti: Petit Breton, Walthour, Crupelandt, Goullet. Quest’ultimo, australiano in coppia con l’americano Fogler, riesce vincitore. I due hanno coperto in sei giorni 4467, 580 chilometri a una media di 31, 2 km orari. I francesi Dupré e Lapize si classificano secondi a ‘mezza ruota’ di distanza! (am)

Un pasto improvvisato fra una pausa e l'altra
Un pasto improvvisato fra una pausa e l’altra

 

La partenza dell'ultima e decisiva prova sui 10 giri di pista
La partenza dell’ultima e decisa prova sui 10 giri di pista

 

La coppia vincitrice della Sei giorni: Gouillet-Fogler
La coppia vincitrice della Sei giorni: Gouillet-Fogler

Tutte le immagini di questo articolo provengono dalla Bibliòthèque nationale de France.

Leave A Reply