Un pomodoro marcio, una strada sbagliata, un sorbetto mancato: cronache dalla quarta tappa del Giro 1910.

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Rossa è la Legnano. Grigio-blu l’Atala, che ha i tre moschettieri: Ganna, Galetti, Pavesi. Avevano fatto i mattatori il giorno prima, da Bologna a Teramo, arrivando con oltre venti minuti di vantaggio sugli altri. Si prospetta un trionfo. Quarta tappa del Giro del 1910: Teramo-Napoli, 319 chilometri, tre colli da scalare. In testa alla classifica, rigorosamente a punti (e ingiustamente, secondo alcuni, perché non contavano i distacchi ma i piazzamenti), c’è Galetti, ‘el galet de Corsic’ come era chiamato fra i suiveurs l’atleta del naviglio. All’alba piove. I concorrenti, provati dalle fatiche dei giorni precedenti, stentano a presentarsi al ritrovo di partenza all’ora stabilita. Alcuni si fanno baldanzosamente avanti ma solo per mascherare un malconcio stato di salute. Il via viene dato alle 4.47; 46 i partenti. Erano 118 a Milano, al via del Giro.

Brocco, lo sfortunato protagonista della tappa Teramo-Napoli
Brocco, lo sfortunato protagonista della tappa Teramo-Napoli

Subito una salita, il Colle della Croce, oggi più conosciuto come Passo delle Capannelle, a 1309 metri, su per la valle del Vomano. Nella vincente Atala c’è preoccupazione. Ganna si lascia sfilare. Accusa dolori lancinanti allo stomaco. Pedala a fatica. Lo stesso accade ai suoi compagni. Strana crisi collettiva. Qualcuno butta lì un sospetto, un tentativo di avvelenamento la sera precedente, durante la cena a Teramo all’Albergo del Pellegrino. Se l’Atala sta surclassando gli avversari quello che non si può fare in gara forse lo si può ottenere con altri sistemi, anche i più meschini.

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Petit Breton prosegue a piedi verso l’Aquila scortato da Guido Gatti, dirigente dell’avversaria squadra Atala.

Lungo la strada, aperta da meno di vent’anni, lo scenario è reso austero dalle nevi del Gran Sasso, dalle nubi basse, dalle cupe pareti di arenaria, dal tumultuoso torrente incassato fra le rupi. I ciclisti si confondono con le greggi di pecore che salgono, lungo la strada, verso i pascoli alti, accompagnati dal furioso abbaiare dei mastini dal lungo pelo bianco. Nel frattempo si svela l’arcano dell’Atala: autoavvelenamento collettivo. Causa un sugo di pomodoro avariato che Ganna aveva seminato senza risparmio sul piatto di pasta suo e dei compagni. Nessun complotto dunque, ma Ganna all’Aquila transita un’ora dopo i primi.

Anche Petit-Breton, alfiere della Legnano, è nei guai. Nella discesa delle Capannelle ha perso le viti della pedaliera. Impossibile procedere se non a piedi. Il dirigente dell’Atala, a dimostrazione della rivalità fra le due squadre, segue pure lui a piedi per assicurarsi che il francese non riceva aiuti. Giunge all’Aquila con due ore di ritardo. Si ferma e annuncia il ritiro. In compenso il compagno di squadra Brocco (pronuncia ‘Brocò’) prende il largo. A dispetto del nome il francese veste i panni del campione e cavalca i monti d’Abruzzo con l’impeto di un camoscio. Qualcuno dovrebbe però informarlo che al traguardo mancano 250 chilometri! Le condizioni del tempo peggiorano, fosche nubi si addensano sui ‘quarti’, le praterie dei pastori di d’Annunzio. Le strade sono rivoli di fango. Volontari si prodigano per segnalare gli ostacoli e la giusta direzione. Compito difficile quando i concorrenti sono sfilacciati con distacchi di ore. Il ruolo di segnalatori spetta ai Consoli locali del Touring Club Italiano. Conoscono le strade. Si muovono consultando la nuovissima Carta d’Italia pubblicata da Bertarelli e De Agostini. Vi sono indicate le strade carrozzabili. La carta è così precisa da riportare le pendenze, dato fondamentale per un ciclista.

Popoli
Popoli, che vide passare un solo corridore.

Il libretto regionale che accompagna la carta, anch’esso molto dettagliato, mette sull’avviso che lungo la strada dall’Aquila a Popoli e precisamente circa 200 metri dopo Poggio Picenze, «durante piogge torrenziali un torrente passa sulla strada». Quanto basta per far partire un ‘piano B’. Abbandonare la strada di Popoli e deviare su quella di Fontecchio per poi riprendere il tracciato originario poco prima di Sulmona. Perfetto. Peccato che Brocco, nella sua fuga solitaria, non venga avvertito della modifica. Mentre il grosso viene fatto deviare sul percorso alternativo, il battistrada prosegue ignaro sul suo. Quando viene raggiunto dai commissari è troppo avanti e rifiuta l’idea di tornare a ritroso. A Popoli migliaia di tifosi attendono il passaggio ma restano delusi a veder passare un solo corridore. Minacciano proteste di piazza. Brocco aveva battuto la strada peggiore e più lunga di 8 chilometri. A Sulmona infatti il francese viene raggiunto da Albini, Menager, Galetti, Dortignaq, Sala. Si prevedono proteste e ricorsi. Il ritmo di Brocco è però impressionante. Sulle rampe di Pettorano e sul Piano delle Cinquemiglia fa di nuovo il vuoto, seguito dal solo Albini.

Intanto l’inviato del Corriere della Sera pennella di colore il suo pezzo: «La gente si è disposta lungo il parapetto della strada, o agli angoli angusti dei tourniquets e sono attoniti e sono pieni di ammirazione per questi uomini che senza apparente fatica trascinano fin su queste balze il loro cavallo d’acciaio. Essi, di tanto in tanto, cavano dalla borsetta una bottiglia di caffé o di limonata e ne bevono come per pigliare un po’ di fiato, o un po’ di vigore in questo assalto alla montagna».

Venafro
Venafro, che voleva accogliere il Giro con un sorbetto al limone!

Accadde poi un fatto curioso. Ne dà conto Armando Cougnet, il Direttore di corsa, sulle pagine della Gazzetta dello Sport: «Venafro. All’ingresso un grande arco di frasche porta la scritta che è un saluto e un invito: “Cinque minuti di fermata“. Sostiamo brevemente e il Sindaco ci dice che il servizio è pronto, indicando una tavolata imbandita con gelati, paste e bibite. Ringraziamo per l’atto cortese e spieghiamo che i corridori non si possono fermare. Il Sindaco annuisce e sorridendo interrompe: “Capisco, questi giovani hanno fretta di arrivare a Napoli, ma cinque minuti più o meno…”. Passano intanto i corridori e la folla, che nulla sa del nostri discorsetto, quasi offesa, continua a gridare ai corridori che passano svelti: “Ma fermatevi, che c’è il sorbetto!”».

La Giuria alle prese con i ricorsi per l'annullamento della tappa.
La Giuria alle prese con i ricorsi per l’annullamento della tappa.

Brocco è troppo leggero e s’invischia nel fango. Pierino Albini, più a suo agio nella mota, lo raggiunge vicino Capua. I due, entrambi Legnano, affrontano insieme il rettifilo fra Caserta e Napoli. Logica vorrebbe che Albini, meglio piazzato in classifica venisse aiutato da Brocco, il quale però non se la sente di gettare alle ortiche la sua temeraria fuga: 11 ore in solitaria. Tutto si risolve allo sprint sul far della sera e Albini prevale. Dopo 25 minuti si classifica Dortignaq, pure Legnano. La Giuria è subissata dai ricorsi. La Legnano, benché vittoriosa, chiede di annullare la tappa per via del bisticcio di percorso. Forse pensa di recuperare Petit-Breton ritiratosi all’Aquila. La Giuria sembra appoggiare l’idea così da salvare un Giro decimato dai ritiri, ma l’Atala si oppone. La Legnano, per ripicca, ritira la squadra con il disappunto di Albini, ora secondo in classifica. Intanto il sofferente Ganna taglia il traguardo nel cuore della notte, altri vedono Napoli alle prime luci del giorno dopo. Si ripartirà per Roma il 27 maggio. Galetti vincerà il Giro.

(albano marcarini © cycle! 2017)

I disegni che corredano questo articolo sono di Mario Bazzi, tolti da ‘Il Giro d’Italia e la sua storia’, Ed. Sess, Milano 1952.

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